PLASTICA e AMBIENTE: due parole che oggi stridono forte se adoperate nello stesso contesto.

PLASTICA e AMBIENTE: due parole che oggi stridono forte se adoperate nello stesso contesto. Non che in passato questo binomio sia proprio stato sinonimo di naturalità o integralità ma nell’ultimo ventennio abbiamo preso sempre più consapevolezza della costante presenza di questa famiglia di polimeri nell’ambiente e come possa interagire con l’insieme degli organismi in qualsiasi matrice (suolo, acqua e aria) a tal punto da portare gli scienziati a coniare un termine originale (plastisfera) che testimonia come la plastica abbia lentamente ma inesorabilmente insinuato le proprie radici nella trama degli ecosistemi, tanto da modificarne gli equilibri naturali e alterarne tutti quei benefici (i.e. servizi ecosistemici) che l’ambiente ci può offrire, portando a screditare quel capitale naturale su cui oggi tanto si sta investendo per realizzare strategie di sviluppo sostenibile.

Senza considerare che il progressivo accumulo di plastiche lungo la catena trofica, e quindi in quelle risorse naturali che consumiamo direttamente (from fish to dish, cfr), mina fortemente quell’approccio One Health di cui tanto si parla e che spesso serve solo a riempire di parole la bocca di chi non sa cosa vuol dire applicare strategie di tutela dell’ambiente per la salvaguardia della salute dell’uomo.

Tante attività, pensate e intraprese, possono fornire un serio contributo a mitigare il problema. Sì, un riciclo consapevole della plastica, la sua sostituzione nel packaging con altro materiale (già, con la carta per esempio, ma a che costo per l’ambiente?), la gestione funzionale dei rifiuti, la raccolta della plastica ‘visibile’ (quella più grossolana, quella che ci troviamo costantemente tra i piedi nelle nostre passeggiate, per intenderci) e le epiche battaglie ai cotton fioc (manco fossero mulini a vento, non me ne voglia Miguel de Cervantes) possono sicuramente stimolare nell’opinione pubblicamaggiore attenzione al problema.

Ma rimarrà sempre un problema invisibile che ad oggi non sappiamo risolvere: l’eliminazione delleormai tristemente note microplastiche (primarie o secondarie che siano) ma soprattutto delle nanoplastiche, silenti contaminanti emergenti che hanno lanciato una seria sfida a tutti gli addetti al settore del biomonitoraggio e del biorimedio.

Ormai siamo coscienti del fatto che particelle e frammenti di plastica, derivanti dalla degradazione di plastiche più grandi oppure contenute dentro ai prodotti di consumo sono dappertutto, costituendo un problema apparentemente insormontabile. È infatti noto che i diversi oggetti di plastica, una volta lasciati alla mercè degli agenti atmosferici e della luce solare, subiscano una degradazione che conduce alla generazione di frammenti di dimensioni sempre più piccole, aumentando la probabilità di poter essere assimilati dagli organismi (senza considerare la loro capacità di assorbire molti inquinanti, oltre a microrganismi patogeni, e di veicolarli all’interno di piante e animali).

Se da una parte stanno crescendo sempre più le testimonianze scientifiche sulla presenza di microplastiche in tutti gli ecosistemi a livello globale, dall’altra sono praticamente assenti i dati riguardanti la distribuzione delle nanoplastiche nell’ambiente, data la loro difficoltà di essere rilevate nella matrice investigata.

Accettiamo impavidi la sfida (certo: la ricerca necessita di tempo, non ci si aspetti un rimedio tosto) ma nel frattempo un recupero di quel senso civico che ci portava a sviluppare tanto rispetto per la res publica non guasterebbe proprio! E non investiamo solamente sulle generazioni future (pratica a dir poco essenziale) facendo tanta (e sana) educazione ambientale nelle scuole. Non aspettiamo che siano i nostri figli a trovare la soluzione ad un problema che noi stiamo solo indicando. Non diamogli questa responsabilità! Iniziamo noi (la mia generazione di diversamente giovani, ahimè) a recuperare quei valori e quel senso di educazione civica che ci portavano a prevenire, senza neanche arrivare a pensare di curare.

E intanto la plastica ci avvolge sempre più, diventando come un diamante nel tempo … indelebile.