DOVE INIZIA LO SVILUPPO SOSTENIBILE E DOVE SI STA DIRIGENDO

Nel 1852, alla richiesta del Governo degli Stati Uniti d’America riguardo la volontà di comprare le terre del suo popolo, l’amerindio See-ahth (meglio noto come Capo Seattle) replicò che «La Terra su cui viviamo non l’abbiamo ereditata dai nostri padri, l’abbiamo presa in prestito dai nostri figli[…] Noi siamo una parte della terra, e la terra fa parte di noi […] Ma se decidiamo di accettare la proposta io porrò una condizione: l’uomo bianco dovrà rispettare le bestie che vivono su questa terra come se fossero suoi fratelli. Che cos’è l’uomo senza le bestie? Se tutte le bestie sparissero, l’uomo morirebbe di una grande solitudine nello spirito. Poiché ciò che accade alle bestie, prima o poi accade anche all’uomo. Tutte le cose sono legate tra loro […] Insegnate ai vostri figli quello che noi abbiamo insegnato ai nostri: la terra è la madre di tutti noi […] la terra non appartiene all’uomo, bensì è l’uomo che appartiene alla terra […] Tutte le cose sono legate fra loro come il sangue che unisce i membri della stessa famiglia».

Detto questo, partendo da un punto di vista a noi (ahimè) desueto, proviamo a guardare un po’ nel futuro, a proiettarci un po’ in là negli anni (quando i nostri figli faranno fronte a richieste ed esigenze che noi stessi oggi abbiamo generato) e tentiamo di osservare dall’alto le azioni attualmente in itinere. In un momento così delicato per l’ecosistema, ci renderemo immediatamente conto di come la biodiversità e la tutela dell’ambiente siano indispensabili non solo per la nostra vita, ma anche per quella delle generazioni future, delle persone più povere del pianeta, delle specie animali e vegetali, dei microorganismi, dei meno responsabili dell’aver causato il problema (i figli di cui sopra). In quest’ottica, con il discorso del capo tribù, che sembra essere stato trascritto un quarto di secolo dopo (magari un po’ rivisitato), non si poteva essere più antesignani di così nell’introdurre l’uomo al concetto di sostenibilità, termine utilizzato tanto in passato, soprattutto durante manifestazioni contro lo sfruttamento della natura durante gli anni ‘60 e ‘70, ma il cui effettivo esordio come sinonimo di uso razionale delle risorse per uno sviluppo responsabile è da ricercare nel Rapporto Brundtland del 1987, dove si riporta che “lo sviluppo sostenibile è uno sviluppo che soddisfi i bisogni del presente senza compromettere la possibilità delle generazioni future di soddisfare i propri” (già sentita questa frase, vero?).

Questo concetto ha iniziato a insinuarsi talmente tanto tra le idee di chi effettivamente deve fornire linee guida sulla gestione del territorio e delle sue risorse che questa filosofia è diventata uno dei pilastri portanti della Conferenza della Nazioni Unite sull’Ambiente e sullo Sviluppo tenuta a Rio de Janeiro nel 1992. In quell’occasione 172 nazioni per la prima volta si incontrarono per cercare soluzioni a problemi come (a) la povertà, (b) il divario tra paesi industrializzati e in via di sviluppo,e (c) crescenti problemi ambientali, economici e sociali. L’obiettivo principale era quello di tentare di attribuire finalmente lo stesso peso ai principi della conservazione della natura e a quelli di un crescente sviluppo sociale ed economico di tutte le popolazioni del mondo. Questo fine può essere perseguito solo accrescendo la nostra consapevolezza che una visione ecologica più ampia delle singole risorse impone di spostare l’interesse dal prodotto (la singola specie di interesse commerciale – visione antropocentrica) alla popolazione, alla comunità e all’intero ecosistema cui quella singola risorsa afferisce (visione ecocentrica). Una specie dunque non deve essere considerata come un bene il cui valore è definito solo da ciò che il consumatore è disposto a pagare per averla, poiché essa deve essere inserita in un contesto più grande governato da dinamiche naturali non del tutto conosciute e non sempre prevedibili. Quindi la tradizionale nozione di risorsa va ampliata: il suo reale valore deve essere definito dalle interazioni con tutte le componenti che costituiscono l’ecosistema, superando la nozione tradizionale di risorsa, intesa come oggetto illimitato e inesauribile, e valorizzando la biodiversità (il nostro vero Capitale Naturale) al fine di attuare strategie politiche responsabili per una corretta gestione delle risorse ambientali. Va da sé che la definizione di risorsa (temporale, spaziale, storica, trofica, ricreativa, alieutica, ecc.) non può prescindere dal contesto in cui essa esiste, sottolineando il significato ecologico, economico, sociale e culturale che essa comporta.

La Terra come oggi la conosciamo è un complesso sistema di processi chimici, fisici e biologici, che raccontano milioni e milioni di anni di evoluzione e di scambi sinergici tra le varie componenti, a volte condizionati anche da eventi stocastici (chiedere ai dinosauri). È un travagliato avvicendamento di molecole e cellule, di energia e materia, che ha portato con forza a modellare la biodiversità, della quale l’uomo è solo una delle complesse componenti che però mostra una peculiare abilità nel bioturpare quello stesso ambiente da cui avidamente trae linfa vitale.

Dieci anni dopo la Conferenza di Rio de Janeiro, in occasione del vertice sullo sviluppo sostenibile di Johannesburg ci si è posti il principale obiettivo di verificare gli avanzamenti realizzati in campo ambientale e di elaborare strategie che potessero migliorare la qualità della vita dell’uomo nel rispetto dell’ambiente (vedi anche approccio One Health). Tuttavia si constatò che i risultati raggiunti erano molto lontani dalle aspettative (praticamente un Report sull’ultima mattanza). Così, il nuovo millennio si aprì con l’individuazione di 8 essenziali obiettivi delineati dalle Nazioni Unite, che in un secondo momento divennero 17 a valle del Summit delle Sviluppo Sostenibile dove i Capi di Stato si impegnarono ad adottare i principi riportati sull’Agenda 2030. Correva l’anno 2015, un anno culturalmente importante che avrebbe dovuto determinare un cambio di visione sulla sostenibilità; era infatti anche l’anno dell’Accordo di Parigi, nell’ambito della Convenzione quadro sui cambiamenti climatici, e della affermazione che vi è un chiaro legame tra la protezione della Natura e l’edificazione di un ordine sociale giusto ed equo. Non vi può essere un rinnovamento del nostro rapporto con la Natura senza un rinnovamento dell’umanità stessa, riportata nella famosa enciclica di Papa Francesco. Lo scopo è quello di perseguire un nuovo modello di società basato sulle Persone, sul Pianeta, sulla Prosperità, sulla Pace, e sulla Partnership(le ormai note 5 P”). A distanza di poco più di 20 anni dal Summit di Rio de Janeiro, l’Agenda 2030 metteva in luce la poca sostenibilità dell’attuale modello di crescita sostenibile (scusate il gioco di parole), non solo sul piano ambientale, ma anche su quello economico e sociale. Questo comportò il definitivo superamento dell’idea che la sostenibilità fosse unicamente un tema ambientalista, superamento che ad oggi sta comportando un coinvolgimento di tutti e una collaborazione costruttiva tra tutte le componenti della società, dalle imprese al settore pubblico, dalla società civile alla politica, fino ai singoli cittadini, anche se la strada è ancora impervia.

La sensazione ad oggi è che, sebbene si stia lavorando tanto, l’effettivo sviluppo sostenibile sia una chimera che evolve sempre più rapidamente di noi, spostando l’asticella sempre più in alto e procrastinando il raggiungimento del nostro target principale sempre più in là negli anni. E in tutto questo nessuno parla di come conciliare lo sviluppo sostenibile con la costante crescita demografica dell’uomo. Come la volpe che non arriva all’uva, oggi demandiamo alle generazioni successivel’ardua sentenza, facendo sempre in tempo a elaborare un’Agenda 2050!